Gestalt Therapy hcc Kairos

giovedì 21 settembre 2017

Come aiutare il PBL a trovare le parole per dirsi?

Gli inizi della relazione terapeutica con le persone che portano questa modalità esperienziale sono spesso «difficili, contraddittori, le richieste sono ambivalenti». Al nostro primo incontro L. mi dice di essere al suo secondo tentativo terapeutico. Sente di essere stata aiutata dal precedente percorso nel ridurre alcuni comportamenti impulsivi e autolesivi, ma continua a stare male e non sa perché. Al contempo sottolinea: «Ho provato con un terapeuta uomo perché non ho stima delle donne, in generale penso che siano subdole. Tanto mi sa che nessuno può fare qualcosa per me, io sono così, sono sempre stata così. Mi sono anche un po’ stufata di provare a cambiare». «Voglio il tuo aiuto e allo stesso tempo lo rifiuto» è spesso il messaggio ‘in superficie’ con cui il terapeuta si confronta, espressione di uno sfondo relazionale contrassegnato, come dicevamo, da due grandi paure: paura di essere abbandonati e paura di essere fagocitati. La diffidenza, il timore e la fatica con cui questi pazienti si prendono qualcosa dal terapeuta sono segno della paura di essere trascinati nella fusione. Eppure già in queste poche parole di L. emerge un’intenzionalità nuova: avvicinarsi al femminile, scegliere ciò che impaurisce di più, perché da qualche parte, anche se in modo non consapevole, percepisce questo come un cambiamento importante. Pur essendone spaventata. Tutta la relazione terapeutica si colorerà, anche se in modi e con intensità diverse lungo il percorso, di questa forte ambivalenza.

Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 118-119





lunedì 18 settembre 2017

Il discernimento è vero se tiene conto di sensazioni, emozioni, pensieri…

Ogni processo di discernimento deve quindi prendere le mosse dal focalizzare la compresenza dei tre livelli di funzionamento della scelta (sensazioni, emozioni, pensieri) e il loro inserirsi nella globalità della persona. Quanto più questi livelli saranno presenti, tanto più le scelte saranno quelle che portano la persona alla pienezza. La trascrizione psicologico del cervello uno-trino si trova nella teoria del sé della Gestalt Therapy, che asserisce che ogni persona ha una funzione- Es che la mette in contatto con il mondo delle sensazioni e delle emozioni, una funzione-Personalità che connette quello che si sente adesso con la propria storia (il sé autobiografico di Damasio) e una funzione-Io: ossia il decidere, quell’utilizzare le informazioni che vengono dalle altre due funzioni per un adattamento creativo, una strada nuova di integrazione e pienezza. Ad esempio una persona diabetica di fronte ad un dolce sente l’attrazione (funzione-Es), ma sa di essere diabetico (funzione-Personalità) e dopo il polemos tra queste due funzioni (di cui nessuna deve essere zittita) si accorge che emerge una scelta creativa che integra il vecchio (“chi sono”) e il nuovo (“cosa voglio”) in una novità più saggia anche se, a volte, forse un po’ più triste.


Giovanni Salonia, Gustare per decidere. Percorsi francescani di discernimento, in AA.VV. Noi, però abbiamo un sogno. Dall’Amoris Laetitia nuovi stili di umanizzazione nella Vita consacrata, Conferenza Italiana Superiori Maggiori, Roma 2017, pagg. 70-71



giovedì 14 settembre 2017

Nessun cogenitore vince e nessuno perde…

 La logica cogenitoriale salvaguarda anche dalla univocità del pensiero, anzi richiede che non ci si impantani nelle stagnazioni del pensiero unico, dato che il femminile e il maschile – nelle visioni educative – hanno sfumature e colori diversi: se il maschile è proteso verso il divenire e il femminile verso l’esserci, custodire l’esserci e far crescere il divenire sono due polarità che comunque devono essere co-presenti nell’educazione del figlio. Ritornando al nostro esempio didattico, il fatto che un genitore assuma una o l’altra prospettiva deve avvenire sempre nella consapevolezza che la prospettiva dell’altro cogenitore  è indispensabile: qualunque sarà l’ora scelta per il rientro della figlia, il processo decisionale sarà stato una valida esperienza relazionale di confronto con le diversità, che assumerà anche valore di modelling per i figli (al di là del loro facile schierarsi con il genitore più propenso al divenire che al custodire). In tale impostazione nessun cogenitore vince e nessuno perde: volendo comunque usare un riferimento alla lotta, chi vince è la crescita del figlio e l’educazione al confronto con le diversità come modalità relazionale indispensabile della casa e della città. Sono esperienze e modalità non facili, certo, da realizzare, ma necessarie per una sana crescita dei figli e per il futuro della polis.

Giovanni Salonia, Verso un nuovo stile di cogenitorialità. La prospettiva gestaltica, in Aluette Merenda (ed.), Genitori con. Modelli di coparenting attuali e corpi familiare in Gestalt Therapy, Cittadella Editrice, pagg. 119-120



lunedì 11 settembre 2017

Dolce Nelly...




Con grande dolore ti accompagniamo ovunque tu sei e porteremo sempre nel cuore il tuo sorriso pieno 
di luce e di vitalità 



Quando Narciso chiude la terapia…

A livello di ciclo di contatto sarà ripristinata:
- la capacità di consegnarsi al ‘contatto finalmente’;
- la percezione della diversità (dell’alterità e della biografia) non come ostacolo.
A livello di post-contatto, si sarà sviluppata la capacità di:
-  vivere il rifiuto dell’altro come rispetto dell’alterità che non nega vicinanza;
-  sentire se stesso e le proprie esperienze come uniche ma non come ‘le’ uniche;
- sperimentare la differenza tra la ricerca della grandiosità (fuori dal corpo) e la ricerca della pienezza (che segue la sensazione di integrità nel proprio corpo);
-  vivere la dipendenza, saper chiedere senza sentirsi umiliati;
- condividere obiezioni e non sottrarsi al confronto;
- sentire l’energia di esperienze che ha sempre cercato di evitare: la fragilità, la ferialità;
- l’imbarazzo di entrare in contatto con parti infantili di sé.
L’ex-narcisista lascia lo studio del terapeuta con gratitudine. Ha abbandonato il sogno-a-due (o ‘per pochi’) del quale era prigioniero, è diventato disponibile a costruire assieme agli altri il sogno della compagnia degli uomini accogliendo e condividendo limiti e grandezze dell’esistenza nella gratitudine e nel confronto, nella tenerezza e nell’umiltà. Si sente più triste – una tristezza molto diversa da quella depressiva che sperimentava alla chiusura dei sipari eal termine degli applausi – ma più saggio, più solo ma anche più capace di sentire la vicinanza degli altri ‘soli’ con cui condividere l’esperienza dell’incontrarsi come corpi (e non come ombra).


Giovanni Salonia, Pensieri su Gestalt Therapy e vissuti narcisistici, in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 179