Gestalt Therapy hcc Kairos

venerdì 24 febbraio 2017

Vuol vedere se l’altro regge, si stanca e interpreta…


M. non ha la necessità, ora, né la possibilità, di guardare alla propria storia e alle relazioni primarie nelle quali si dibatte con dolore e furia. Deve chiarirsi, momento per momento, che cosa gli succede attraverso una relazione nella quale le ondate emotive trovano spazio e contenimento, in modo che i vissuti comincino a differenziarsi, quasi a distendersi, nel senso di avere un intervallo, un respiro tra l’uno e l’altro, invece di essere serrati in un vortice angosciante. La ripetizione di questi racconti, caotici, sempre diversi eppure simili, sono un modo per preparare il terreno alla riconoscibilità e alla definibilità del sentire e, nella relazione con l’altro-terapeuta, un modo per saggiare il terreno. Avvicinarsi gradualmente, vedere se l’altro regge, se si stanca e alla fine si allontana anche fornendo sbrigativamente spiegazioni e interpretazioni.

Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 117-118


mercoledì 22 febbraio 2017

Qui il corpo è anzitutto soggetto di grido, di lamento, di pianto…

Ma ben più significativa in questa direzione è l’alta frequenza – 136 occorrenze – della forma «cried» (a cui si aggiungono le 28 occorrenze di «cry» e le 17 di «crying», senza dimenticare, sullo sfondo, le 35 di «voice»). Essa di norma introduce o frammezza, al pari di «said», i discorsi diretti che punteggiano il libro. Il suo rilievo e la sua intensità sono però ben diversi. L’alta frequenza di «cried» – cioè del past tense di «to cry» – significa infatti che in Peter Pan si “dice” non solo nell’ovvio senso del «say», ma molto spesso lo si fa – si dice e ci si dice – nella modalità del grido, del lamento, del pianto. Ovvero: il dire dei personaggi del capolavoro di Barrie appare più o meno insensibilmente riportato, per una larga zona discorsiva, statisticamente apprezzabile, ai registri ancestrali della voce infantile, dove il corpo è anzitutto soggetto di grido (di gioia, di meraviglia, di dolore), di lamento (per la fame insoddisfatta, per l’abbandono repentino), di pianto (per il bisogno impellente, per l’immediatezza del corpo dolente, per l’assenza di custodia e di calore fino alla disperazione, per l’insostenibile tristezza del mancare all’esperienza). C’è una dimensione squisitamente, volutamente regressiva nella parola di Barrie, come un riportare i toni del discorso pure tra i presunti adulti al livello delle viscere, del corpo parlante. La voce quale prolungamento ed espressione diretta, incontrollata, pregrammaticale dell’esserci pare dominare, se si guarda dalla specola lessicografica, il territorio verbale di Peter Pan. Con una varietà notevole di intonazioni e una plasticità intrinseca degli scambi di battute (il romanzo era in origine una pantomima), che lasciano nel lettore il senso di una teatralità antica e immaginaria, di una messa in scena onirica del teatro del mondo nelle sue forme primitive, dove ci si parla gridando, esultando, faticando e piangendo.

Antonio Sichera, Le venti parole di Peter Pan, in Giovanni Salonia (ed.), La vera storia di Peter Pan. Un bacio salva la vita. Cittadella Editrice - 1° Edizione Dicembre 2015, pp. 47-48






lunedì 20 febbraio 2017

La funzione benefica della collera…

Quando un evento negativo irrompe nella vita di un uomo, mettendo in crisi gli equilibri preesistenti, la prima reazione che egli mette in atto è il rifiuto, la negazione della realtà, la fuga dalla ferita dolorosa e incombente. Al di là delle apparenze, una tale reazione può considerarsi non solo legittima, ma anche psicologicamente sana. Essa, infatti, ubbidisce alla necessità di prendere le distanze da uno shock per recuperare, anche se momentaneamente, equilibrio e salute emotiva. Da questo punto di vista il rifiuto non va combattuto ed è meglio non affrontare la ferita, fino a quando è possibile lenirla. Il rifiuto aiuta a superare la paura ed evita, in qualche modo, di essere sopraffatti dall’ansia eccessiva, dall’insicurezza, dalla disapprovazione che fiaccano sempre ogni capacità di ripresa. Il rifiuto, però, non può prolungarsi eccessivamente nel tempo. In questo caso, esso finisce col trasformarsi in un pericoloso ostacolo al necessario confronto con le emozioni forti che stanno sullo sfondo. Le emozioni negate e rifiutate, prima o poi, emergono sotto forma di immotivata irritabilità, di eccessiva aggressività verso gli altri. E’ la fase della collera, le cui manifestazioni dipendono dalla profondità delle ferite e dalla facilità ad esprimerla. Anche la collera cela in sé aspetti sani e positivi. Essa non solo permette di lottare contro ciò che si teme, ma fornisce anche l’energia necessaria per cambiare quanto deve essere cambiato, consentendo così di migliorare l’ambiente e di renderlo più amichevole. Ed è ancora la collera che aiuta ad amare se stessi, mettendo a fuoco ciò che è all’origine della ferita e che va curato. Paradossalmente la collera, ponendo in luce chi è stato l’autore della ferita, crea le condizioni preliminari per poterlo poi amare e perdonare. Le paure che vengono da fattori esterni diminuiscono progressivamente solo nella misura in cui si affrontano le forti emozioni della collera. Riuscire a formulare e poi ad esprimere in modo costruttivo i propri sentimenti, aiuta non poco a guarire quelle ferite di cui la collera è espressione.

Giovanni Salonia-Pietro Cavaleri, Cammino dell’uomo e stagioni della vita, in In charitate pax. Studi in onore del Cardinale Salvatore De Giorgi, a cura di Francesco Armetta e Massimo Naro, Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”, Palermo 1999, pag. 551







venerdì 17 febbraio 2017

Lasciata sola… il colore straripa dappertutto!

L’acqua, in particolare, è l’elemento preferito di Fabiola. Lavando le bambole, insaponandole, si concentra tutta nel contatto con l’acqua e con la schiuma, coinvolgendo tutto il suo corpo, a volte accarezzandolo, altre volte con più furia. È così intensa l’inquietudine e forte il desiderio di allargarsi, conquistare, sentire… Anche i pasticciamenti la gratificano, elettrizzandola, come se stesse preparando una pozione magica. Ma se lasciata da sola, il gioco dura poco e il disordine che si crea lo fa degenerare. Cerca spazio e non conosce confini tra il suo sé e il resto, così che il colore straripa dappertutto. Sfugge il nostro sguardo ma di sottecchi controlla in realtà se viene ‘vista’, nella contraddittoria speranza di essere osservata. Se ci poniamo con troppa condiscendenza, esaspera il suo atteggiamento sfidante. Se reagiamo con durezza o collera, offriamo una specularità prevedibile a quel che sente dentro di sé. Per questo diventa difficile ma essenziale mantenere un atteggiamento sereno e deciso nel contatto con la parte profonda di Fabiola, nel rispetto delle regole che offrono limiti sicuri. A mano a mano che la relazione con noi si stabilizza, emerge in Fabiola il bisogno di possedere, di sperimentare la certezza che la persona individuata sia tutta per lei. E questo anche attraverso il possesso delle cose cha appartengono alla scuola, ai compagni, alle maestre. Perciò le tenta tutte per prendersi ciò che le spetta ‘di diritto’, per colmare un’ansia che la agita, una mancanza che la decentra, una paura che la confonde. Il suo stare a scuola si struttura in un’alternanza di situazioni aperte, di emozioni che cercano una via di uscita senza che la forza prodotta diventi distruttiva. Poter sperimentare un piccolo gioco di gruppo in cortile senza entrare in conflitto con i compagni, o fare la ‘vice maestra’ che organizza i materiali per i più piccoli diventano piccole esperienze capaci di gratificarla se i tempi di svolgimento sono brevi e contenuti, in modo che lei possa gestirli.


Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pagg. 30-31




mercoledì 15 febbraio 2017

Nell’addiction manca la pienezza della propria corporeità…

Distinguere comportamenti dai vissuti – come è ben descritto nelle accurate analisi che rendono utile e prezioso il testo che introduco – è una premessa decisiva a livello di intervento clinico. Da precisare che l’esperienza della dipendenza sana è altra rispetto a quella disfunzionale: hanno in comune solo il nome, in realtà si tratta di esperienze relazionali totalmente differenti. Come paragonare la grazia dell’accucciarsi e dell’abbandonarsi del bambino all’aggrapparsi impaurito, ossessivo o aggressivo della dipendenza patologica? Nella dipendenza sana la grazia è donata dalla co-presenza del proprio corpo, del corpo dell’altro e del ritmo del tempo (l’esperienza inizia e finisce); nella dipendenza patologica manca l’altro (che è sostituito dalla sostanza “manipolabile”), è annullato il tempo (l’esperienza non ha ritmo, non deve finire) e, contrariamente alle apparenze, manca il proprio corpo. Questa mancanza dell’esperienza della propria corporeità è il punto cruciale dell’addiction: il paziente, infatti, ha bisogno della sostanza proprio perché non sperimenta la pienezza della propria corporeità. L’assunzione della sostanza gli dà anzi un’esperienza violenta ed intensa del corpo che, in quanto tale, lo allontana ancor di più da un’esperienza di pienezza di esso. E’ come la differenza tra l’euforia e la gioia: effimera e di superficie la prima, profonda e totale la seconda.

Giovanni Salonia, Presentazione, in La relazione assoluta. Psicoterapia della Gestalt e dipendenze patologiche, a cura di Giancarlo Pintus e Maria Vittoria Crolle Santi, ed. Aracne, pagg. 26-27