Gestalt Therapy hcc Kairos

lunedì 24 luglio 2017

Il messaggio sarà: ‘anche i grandi hanno paura’ …


 Una signora mi racconta della figlia undicenne che da un po’ di tempo ha una fissazione: chiudere tutte le porte delle stanze di casa. Non è una scelta preferenziale, ma un’ossessione. Ad un certo punto le dico: «Sta cercando in tutti i modi di chiudere la porta al cambiamento tempestoso in arrivo...». La madre si illumina e mi racconta episodi che confermano quest’ansia e questa preoccupazione della figlia per il corpo che cambia. E, dicendomi questo, vedo che anche il suo corpo di madre si rilassa. In effetti proprio in queste trasformazioni di un corpo emerge il coinvolgimento intercorporeo che assume valenza significativa nella polarità corpi-deigenitori/corpi-dei-figli. Se il figlio che vive il cambiamento (dall’andare alla scuola materna al diventare adolescente) avverte paura, questa emozione andrà nei corpi dei genitori. Se essi la contengono, allora ci sarà un periodo fisiologico di tensioni, di disagi, ma si attraverserà questo cambiamento e si arriverà a godere di una nuova fase del ciclo vitale familiare. Se però i corpi dei genitori, invece di contenere la paura dei corpi dei figli, si impauriscono, allora ai figli ritornerà un senso di terrore (‘anche i grandi hanno paura’ sarà il messaggio) e, non potendo sopportare l’angoscia, facilmente produrranno dei sintomi. Il sintomo non va legato al corpo del figlio che cambia, ma alla rigidità e alla paura dei corpi dei genitori di fronte al cambiamento dei corpi dei figli.

Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pag. 52





giovedì 20 luglio 2017

La scrittura finzionale: tra io, soggetto della parola, e tu interno all’organismo…

Ma se da un lato possiamo ormai riconsegnare il soffrire al suo spessore relazionale, riportandolo alla situazione incompiuta, alla ferita e all’apertura dell’incontro mancato o incompiuto con l’altro (così da disvelarne la profonda intenzionalità di contatto), appare urgente, per converso, concentrarsi in maniera adeguata sul processo stesso della scrittura finzionale in quanto attivazione del carattere “intrapersonale” e dove il sé funziona dunque quale elastica membrana di contatto fra l’io, soggetto della parola, titolare del suo lessico, del suo ritmo, del suo tono, e il tu interno all’organismo, che tale pronunzia rimodula facendosene ascoltatore e modificatore, in base all'”aspettativa instaurata dai sentimenti”. Che poi è sintagma equivalente, in una coerente esegesi di Goodman, al tu in quanto “altro” dall’io, quel “tu” che si impara a dare a sé stessi in un processo di crescita sana e che si va costruendo nel campo organismo/ambiente come  frutto dell’assimilazione delle molteplici maschere dell’esperienza vissuta.  E’ su questo “tu” ad agire e modellare dall’interno la parola raccontata sulla pagina, in quanto istanza che definisce insieme con l’io lo spazio traitario e intrapersonale del sé.

Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pag. 30





lunedì 17 luglio 2017

«... lascia che la parola galleggi nel tuo sangue»

È proprio l’essere-corpo-tra-corpi e l’esserlo-in-modo-intimo-e-quotidiano il proprium della vita e dei legami familiari. L’‘intercorporeità familiare’ è quello sfondo di sensazioni prodotte dallo stare insieme dei corpi: corpi che si toccano, si baciano, si guardano, si scrutano, si parlano, si avvicinano, si respingono, si odorano, si abbracciano, si mordono e, a volte, si scontrano... Prima e più decisiva della comunicazione non verbale è la comunicazione sensoriale: fiume carsico che scorre in tutte le direzioni tra i corpi dei membri della famiglia. Come hanno confermato le neuroscienze, prima ancora che con le parole o con la comunicazione non verbale, i corpi comunicano infatti attraverso i sensi. Sensazioni – gradevoli o sgradevoli, positive o negative, di allontanamento o di avvicinamento – progressivamente si stratificano e costituiscono le trame dell’intercorporeità che, come vedremo nella funzione- Personalità, sono lo sfondo arcaico, intimo ed attivo delle relazioni familiari. Da questo sfondo di sensazioni che intercorrono tra-corpi, derivano (e trovano il loro senso) emozioni, sentimenti, valutazioni, comportamenti a volte apparentemente incomprensibili. Recita con intensità il poeta: «... lascia che la parola galleggi nel tuo sangue».


Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pag. 49



giovedì 13 luglio 2017

Segno della resilienza non è sentire il coraggio, ma il sentirsi “pronti”…

Solo chi ha ricevuto e riceve un dono (il dono della presenza che “supporta”) può sentire dentro il proprio corpo e la propria anima di “essere pronto”.  A questo punto si svela il cuore della resilienza: essere pienamente se stessi ed essere pronti a donarsi, a consegnarsi.
Pronti a consegnarsi: ecco il punto di arrivo di ogni cammino educativo e curativo. Pronti: e cioè aver maturato tutte quelle competenze che formano il potere personale. Consegnarsi: essere disposti a rischiare nel dono. Risulta (sembra) più facile spesso evitare il sentire la propria pienezza e tenersela per sé, ma il rischio è l’atrofizzarsi nell’autoreferenzialità. Più facile lasciarsi bloccare dalla paura, ma il rischio è non arrivare mai alla propria pienezza. Solo il donarsi fa vincere la paura e permette alla pienezza di diventare generativa. Ecco perché l’insegnamento di Gesù di Nazareth rimane la descrizione più intrigante della resilienza: “La donna quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo.” (Gv 16,21) Quando la donna sente le contrazioni tutto il corpo soffre, ma ecco la sfida: chiudersi, rischiando di lacerarsi e far soffrire il bimbo che preme per uscire, o consegnarsi alla vita che preme e aprirsi nonostante il dolore? Solo il corpo che vibra sa il ritmo della resilienza: accoglie il dolore e lo trasforma in nuova vita…

Giovanni Salonia, Resilienza e dono, in CredereOggi 37 (2/2017) n. 218, Edizioni Messaggero di Padova, pag. 141





martedì 11 luglio 2017

Test di Rorschach e Gestalt Therapy: Tracce del sé e del tra nelle macchie d’inchiostro

L’ipotesi presentata è quella di interpretare i risultati del test di Rorschach in termini relazionali e non intrapsichici. Il contributo propone l’utilizzo del test, all’interno del percorso terapeutico, somministrato dal proprio terapeuta. 

Quel test, il ‘nostro’ test, proprio perché intriso dell’influenza e della presenza (corporea e identitaria) del terapeuta, non restituirà informazioni su un’astratta ‘personalità’ ma capterà la configurazione del paziente-in-relazione-al-proprio-terapeuta: il loro ‘tra’.
Come se il Rorschach immortalasse il sé del paziente perimetrato dalla presenza del terapeuta: in altre parole, la loro relazione reale e concreta, qui-e-ora.
Non dovremmo avere timori, dunque, nel somministrare il Rorschach ad un nostro paziente: nei risultati di ‘quel’ test ritroveremo le tracce della danza relazionale che si realizza nell’incontro terapeutico. Potremmo scorgere informazioni utili sullo stato dell’arte della relazione terapeutica. Alla domanda: “Cosa vedi in questa macchia?”, potremmo rispondere: “il nostro tra”.    

Dott. Giorgio Raniolo
Discussione di Tesi di Specializzazione sede di Ragusa – 19 Maggio 2017