Gestalt Therapy hcc Kairos

mercoledì 24 agosto 2016

Si terrorizza quando l’ambiente si impaurisce di lui…

A volte provocatori, incapaci di rilassarsi, i pazienti gravi mettono in atto un controllo continuo per contenere l’infinita angoscia che vivono: «Gli psicologi sono tutti ignoranti, non capiscono niente». Sarà necessario non farsi uncinare dalle proiezioni, fare da ‘contenitore’ a sentimenti anche forti di odio, disprezzo e violenza, un contenimento che permette al paziente di ridurre la tensione interna e di verificare la stabilità della relazione. «Vediamo se resta» – è come se dicessero. È importante empatizzare con il loro bisogno di proiettare e non con il contenuto della proiezione: «Sei molto arrabbiato… Non sai se ti puoi fidare». Come il bambino che si terrorizza quando non trova l’adulto che contiene le sue paure, così il paziente grave si terrorizza quando l’ambiente si impaurisce di lui. Per un paziente grave è fondamentale avere di fronte qualcuno a cui poter dire le cose più brutte che pensa e che teme: «Dimmi tu se è vero. Penso di avere fatto qualcosa di terribile a qualcuno, le ho strappato il cervello, può essere che non lo ricordo? E che sia vero, veramente?». È importante essere chiari e diretti, essere una presenza rispettosa e attenta, che riesca a stare alla giusta distanza: né troppo vicino né troppo lontano. È fondamentale, in una prima fase della costruzione della relazione terapeutica, non lavorare sulla consapevolezza e non indagare sui contenuti alla ricerca di una presunta verità, quanto piuttosto placare il terrore che ‘fa impazzire’, tentando di sintonizzarsi con il vissuto che sostiene le proiezioni.

Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 81




martedì 23 agosto 2016

Quell’“Ah!” di meraviglia…

L’adulto può entrare nel mondo simbolico del gio­co soltanto a piccoli passi, rispettando il linguaggio del bambino e fornendogli alternative che possa senti­re come sue, con quell’“Ah!” di meraviglia, caratteri­stico di chi coglie la proposta proveniente dall’esterno come perfettamente in sintonia con ciò che egli/ella desidera.  Così accade ad esempio con Marco, che gioca sempre a sparare con i fucili. Marco è un bambino sereno, ma troppo spesso lasciato davanti alla tele­visione, di cui beve i modelli di interazione violenta presentati dai cartoons. Il rischio, per Marco, è tra l’altro quello di non sperimentare alcun gioco con i compagni e di ripetere lo stereotipo delle pistole come l’unico approccio possibile. La proposta della maestra di costruire un fortino, coinvolgendo i compagni e accogliendo diverse idee di realizzazione, permette al bambino di fare esperienza di quell’“Ah!” capace di dargli un grande senso di appagamento.


Dada Iacono – Ghery Maltese, “L’invidia, i bambini, le fiabe”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice - Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pag. 85



lunedì 22 agosto 2016

«State attenti a non confondere e a non creare confusione nei pazienti»…

Il rischio dell’orgoglio e la necessità dell’onestà rendono la terapia personale del terapeuta ‘interminabile’.
È emblematico in tal senso l’esempio citato da Gabbard: una paziente di 28 anni, a circa cinque minuti dalla fine, sta raccontando come durante una festa in casa si era sentita poco valorizzata dal padre, che aveva prestato più attenzione al fratello. Il terapeuta, volendo dare alla paziente un commento su questo, guarda l’orologio per vedere se ne ha il tempo. La paziente, accortasene, va su tutte le furie e comincia ad accusare il terapeuta di disinteresse, di ascoltarla solo per motivi venali, di essere poco interessato a lei. Il terapeuta, da parte sua, sostiene di aver guardato l’orologio solo per accertarsi che il tempo rimasto fosse sufficiente a offrirle un commento terapeutico. Il conflitto è aspro. La paziente insiste sul fatto, il terapeuta vuole ‘coprire il sole con la rete’ rifiutando le sue accuse. Lo stesso terapeuta ebbe poi modo di raccontare pubblicamente questo frammento di terapia presentandolo (purtroppo!) come modello di intervento nei confronti di una paziente ‘simil-delirante’... Come sarebbe stato diverso se avesse onestamente detto alla paziente: «Mi sa che lei ha ragione: mi stava raccontando di una sua sofferenza e io mi sono concentrato invece su me e sulla risposta che avrei potuto darle… ho agito come faceva suo padre»! Quanto sarebbe stato utile e corretto un semplice riconoscimento di un proprio errore! Mi ritornano spesso in mente le parole di Isadore From, che usava sempre ripeterci: «State attenti a non confondere e a non creare confusione nei pazienti». Allora mi sembrava la raccomandazione ‘devota’ di un anziano, oggi so che è la saggezza dell’onestà. E non è certo valida solo per la terapia!


Giovanni Salonia, L’onestà come competenza terapeutica, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 118-119


«State attenti a non confondere e a non creare confusione nei pazienti»…

Il rischio dell’orgoglio e la necessità dell’onestà rendono la terapia personale del terapeuta ‘interminabile’.
È emblematico in tal senso l’esempio citato da Gabbard: una paziente di 28 anni, a circa cinque minuti dalla fine, sta raccontando come durante una festa in casa si era sentita poco valorizzata dal padre, che aveva prestato più attenzione al fratello. Il terapeuta, volendo dare alla paziente un commento su questo, guarda l’orologio per vedere se ne ha il tempo. La paziente, accortasene, va su tutte le furie e comincia ad accusare il terapeuta di disinteresse, di ascoltarla solo per motivi venali, di essere poco interessato a lei. Il terapeuta, da parte sua, sostiene di aver guardato l’orologio solo per accertarsi che il tempo rimasto fosse sufficiente a offrirle un commento terapeutico. Il conflitto è aspro. La paziente insiste sul fatto, il terapeuta vuole ‘coprire il sole con la rete’ rifiutando le sue accuse. Lo stesso terapeuta ebbe poi modo di raccontare pubblicamente questo frammento di terapia presentandolo (purtroppo!) come modello di intervento nei confronti di una paziente ‘simil-delirante’... Come sarebbe stato diverso se avesse onestamente detto alla paziente: «Mi sa che lei ha ragione: mi stava raccontando di una sua sofferenza e io mi sono concentrato invece su me e sulla risposta che avrei potuto darle… ho agito come faceva suo padre»! Quanto sarebbe stato utile e corretto un semplice riconoscimento di un proprio errore! Mi ritornano spesso in mente le parole di Isadore From, che usava sempre ripeterci: «State attenti a non confondere e a non creare confusione nei pazienti». Allora mi sembrava la raccomandazione ‘devota’ di un anziano, oggi so che è la saggezza dell’onestà. E non è certo valida solo per la terapia!


Giovanni Salonia, L’onestà come competenza terapeutica, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 118-119


«State attenti a non confondere e a non creare confusione nei pazienti»…

Il rischio dell’orgoglio e la necessità dell’onestà rendono la terapia personale del terapeuta ‘interminabile’.
È emblematico in tal senso l’esempio citato da Gabbard: una paziente di 28 anni, a circa cinque minuti dalla fine, sta raccontando come durante una festa in casa si era sentita poco valorizzata dal padre, che aveva prestato più attenzione al fratello. Il terapeuta, volendo dare alla paziente un commento su questo, guarda l’orologio per vedere se ne ha il tempo. La paziente, accortasene, va su tutte le furie e comincia ad accusare il terapeuta di disinteresse, di ascoltarla solo per motivi venali, di essere poco interessato a lei. Il terapeuta, da parte sua, sostiene di aver guardato l’orologio solo per accertarsi che il tempo rimasto fosse sufficiente a offrirle un commento terapeutico. Il conflitto è aspro. La paziente insiste sul fatto, il terapeuta vuole ‘coprire il sole con la rete’ rifiutando le sue accuse. Lo stesso terapeuta ebbe poi modo di raccontare pubblicamente questo frammento di terapia presentandolo (purtroppo!) come modello di intervento nei confronti di una paziente ‘simil-delirante’... Come sarebbe stato diverso se avesse onestamente detto alla paziente: «Mi sa che lei ha ragione: mi stava raccontando di una sua sofferenza e io mi sono concentrato invece su me e sulla risposta che avrei potuto darle… ho agito come faceva suo padre»! Quanto sarebbe stato utile e corretto un semplice riconoscimento di un proprio errore! Mi ritornano spesso in mente le parole di Isadore From, che usava sempre ripeterci: «State attenti a non confondere e a non creare confusione nei pazienti». Allora mi sembrava la raccomandazione ‘devota’ di un anziano, oggi so che è la saggezza dell’onestà. E non è certo valida solo per la terapia!


Giovanni Salonia, L’onestà come competenza terapeutica, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 118-119