Gestalt Therapy hcc Kairos

mercoledì 22 marzo 2017

Diversi sensi in cui si può intendere la colpa…


 Per lavorare in modo chiaro con pazienti che hanno uno stile compulsivo-espulsivo, è utile ricordare i diversi sensi in cui può essere intesa la colpa. Quella nevrotica (senso di colpa) nasce dall’angoscia di lasciare la confluenza, che si declina come paura della solitudine e dell’unicità, come terrore di eventuali rappresaglie da parte di chi si è abbandonato; il sentirsi colpevoli di fronte ad un errore commesso è invece sano ed esprime senso di responsabilità (anzi, è necessario ribadire che per crescere in modo integro e pieno bisogna accettare tale rischio: gli umani possono sbagliare, possono trasgredire e produrre sofferenza negli altri). È segno di integrità, in tale evenienza, riconoscere con umiltà e dignità lo sbaglio compiuto o il dolore arrecato. Una paziente raccontava che non riusciva a non tradire il marito e, nello stesso tempo, non riusciva ad assumersene la responsabilità: si diceva che questo non sarebbe dovuto accadere a lei e torturava (se stessa e gli altri) con gesti compulsivi espulsivi (lavare continuamente biancheria) per espellere il desiderio di tradire e il tradimento stesso. È necessario tener presente che anche il separarsi in modo sano produce sofferenza (la solitudine di chi se ne va e il dolore di chi è lasciato).

Giovanni Salonia, L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La Gestalt Therapy con gli stili relazionali fobico-ossessivo-compulsivi in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 212







lunedì 20 marzo 2017

Occorre imparare a perdonare se stessi…

 In quelle crisi, che prima abbiamo definito “traumatiche”, il tema della riconciliazione, del perdono, risulta più strettamente connesso al tema del tradimento. Nelle separazioni, nelle malattie, nei lutti, si sperimenta, infatti, la sensazione di essere “traditi”, oltre che da qualcuno, dalla vita e da Dio. Può accadere che, perdonato l’autore delle proprie ferite, l’uomo in crisi si avventi contro se stesso, lasciandosi avvolgere dalle nubi della depressione, attardandosi in pensieri di rimpianto, attribuendosi impietosamente la colpa di quanto è accaduto. Quella della depressione è la fase nella quale si reagisce alle ferite in maniera colpevole, divenendo così ancora più vulnerabili alle ferite stesse. Si innesca, non di rado, un perverso circolo vizioso per il quale più ci si sente in colpa, più si sbaglia e più il sentimento di colpa aumenta. Questa volta, per uscire dallo stallo, occorre imparare a perdonare se stessi, andando al di là dei propri sbagli e provando a cambiare ciò che è possibile cambiare.

Giovanni Salonia-Pietro Cavaleri, Cammino dell’uomo e stagioni della vita, in In charitate pax. Studi in onore del Cardinale Salvatore De Giorgi, a cura di Francesco Armetta e Massimo Naro, Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”, Palermo 1999, pag. 552



venerdì 17 marzo 2017

Ricordare, in GT, vuol dire riscoprire un ventaglio di possibilità per il presente…

 A questo punto il cerchio si chiude. Quando la terapia finisce, l’esperienza può ricominciare a fluire. Ma ciò che è accaduto nel setting non è possibile che rimanga senza conseguenze. L’esperienza, quando è effettiva, genera apprendimento. Il paziente che lascia la terapia ha imparato a scoprire nel proprio passato – secondo lo spirito genuino dell’ermeneutica – una grande possibilità creativa. Riappropriarsene significa in fondo ritrovare in se stessi i poteri straordinari dell’infanzia: la spontaneità, l’immaginazione, la capacità di impegnarsi totalmente nell’esperienza, il candore di un’apertura ingenua e fiduciosa alle molteplici occasioni della vita. Ricordare in GT non vuol dire, insomma, riportare alla luce della coscienza un antico reperto di cui poi liberarsi come un peso, ma riscoprire un ventaglio di possibilità disponibili per il momento presente.


Antonio Sichera, Ermeneutica e Gestalt Therapy. Breve introduzione ai fondamenti di una diagnosi gestaltica, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 16



mercoledì 15 marzo 2017

Collocare quel vissuto comunitario di scissione nella relazione con il vissuto dissociativo del paziente…

 Ad esempio: c’è stato un periodo in cui in comunità si sperimentava all’interno del gruppo degli operatori una frattura, una ‘separazione in casa’, tra psicologo, assistenti sociali e terapista della riabilitazione da un lato ed infermieri professionali ed operatori tecnici ausiliari dall’altro. Io stavo in mezzo, in una posizione alquanto scomoda di ‘cuscinetto ammortizzatore’ delle tensioni. Gli uni mi parlavano male degli altri e viceversa, c’era molta rabbia mista a sconforto. […] Dopo aver ascoltato con attenzione ciascun sottogruppo ho lavorato affinché fossero disponibili all’ascolto e al confronto reciproco e quindi ho convocato una riunione plenaria degli operatori della comunità. Durante questa riunione è emersa la palese scissione del gruppo degli operatori della comunità e alla mia richiesta di esemplificare con qualche evento specifico (collocazione nel tempo e nello spazio) questa loro contrapposizione, un infermiere cominciò a raccontare che qualche giorno prima ad un paziente che continuamente, in modo assillante e lamentoso, chiedeva di aprire la porta della degenza al di fuori dell’orario consentito, aveva risposto negativamente spiegandogli che era importante rispettare le regole e invitandolo a partecipare alle attività riabilitative. L’assistente sociale a cui subito dopo il paziente si era rivolto davanti all’insistenza esasperante dello stesso, aveva chiesto di fare un’eccezione alla regola, preoccupata dalle reazioni autolesionistiche minacciate dal paziente. A seguito di ciò, l’infermiere si era sentito svalutato nei suoi compiti educativi e riabilitativi. Sembrava una contrapposizione senza possibilità d’incontro, fin quando ho chiesto loro di collocare questo vissuto comunitario di scissione nella relazione con il vissuto dissociativo del paziente. Si è allora aperto un varco per l’incontro: contestualizzare gli avvenimenti, collocarli nella dimensione relazionale della comunità, accresce la consapevolezza degli operatori e diventa fattore terapeutico d’intervento.


Paola Argentino, “Comunità terapeutiche e riabilitazione psichiatrica: il Modello Gestaltico Comunitario” in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 137




lunedì 13 marzo 2017

Il corpo soggetto della scrittura e il corpo del testo qui si toccano…

 James Matthew Barrie è il settimo di otto figli. Ha un fratello maggiore adorato dalla madre: David. David è inequivocabilmente il beniamino dei genitori, il centro delle ambizioni materne. […]  Tuttavia, il giorno prima del suo quattordicesimo compleanno, David rimase ucciso in un incidente di pattinaggio. Saputa la notizia, la madre si mette a letto e vi rimane per più di un anno. […] Come sostiene Goodman (Perls, Hefferline, Goodman, 1997) tutto ciò che non è vissuto e portato a compimento si perpetua. James non è stato bambino né prima della tragedia (era il fratello David a catalizzare il sorriso e lo sguardo ammirato della madre) né dopo, quando ha deciso di essere il sostituto del fratello. Per esserci ha dovuto negarsi. Stare tra braccia della madre sapendo che ella vorrebbe stringere un altro corpo non permette a un bambino di lasciarsi andare e di sentire il corpo della madre. È un’esperienza che lascia tesi e contratti, nella paura di essere se stessi: se si è se stessi, si tradisce il compito e si perde quella briciola di contatto “per interposta persona” con la madre e il suo corpo. […] Non si tratta qui di operare nessuna trasposizione meccanica della biografia di Barrie alla storia di Peter, ma di notare una specificità ermeneutica. Un libro “piantato” nella relazione fondativa tra il corpo materno e quello infantile si costruisce, nei suoi nodi essenziali, a partire dalla vibrazione del copro di chi scrive, della sua storia e della sua esperienza. Dove si toccano le radici della vita, il corpo soggetto della scrittura e il corpo del testo si toccano in maniera intima ed emozionante. James “si dice” in Peter, e mentre si dice ci consegna un dramma ma apre a se stesso forse, e certamente ai suoi lettori più acuti, una via di salvezza, una strada di ascolto e di rispetto supremo del corpo bambino.


Giovanni Salonia, Peter Pan: il bambino non baciato, in Giovanni Salonia (ed.), La vera storia di Peter Pan. Un bacio salva la vita, Cittadella Editrice - 1° Edizione Dicembre 2015b, pagg. 30-33