Gestalt Therapy hcc Kairos

lunedì 29 maggio 2017

Il ‘paziente designato’ nella confluenza nevrotica familiare…

 Quando negli anni sessanta la GT comincia ad essere applicata alla coppia e alla famiglia, il trend terapeutico del tempo è quello di facilitare i membri della famiglia a venir fuori dalla confluenza nevrotica (altrimenti detta simbiosi), che contrassegnava gli anni precedenti, in modo da dar voce e spazio alla soggettività. Questa nuova tendenza fa fibrillare la famiglia, che vive in modo rigido e destabilizzante l’emergere delle diversità e delle soggettività. Quando i livelli di intensità e di inconsapevolezza divengono apicali, è inevitabile l’esplosione di disagi, spesso espressi dal sintomo patologico di un membro, chiamato dai terapeuti familiari il ‘paziente designato’ (pd). Si tratta del membro della famiglia andato in cortocircuito, in quanto antenna ricettiva ma inconsapevole di un forte bisogno evolutivo di esprimersi e di uscire dalla con-fusione familiare. Costui di norma non riceve sostegno dai genitori, anzi viene etichettato come bad o mad. Il fine è quello di bloccarlo, riconducendolo alla confluenza nevrotica familiare. Il paziente designato si fa carico, insomma, con sofferenza incompresa e spesso indicibile, della spinta al cambiamento, sua e dell’intera famiglia: spinta che gli altri membri della famiglia non sono pronti ad avvertire ma che – per fortuna – non riescono più a tacitare. Uscire dalle confluenze nevrotiche, essere se stessi e così via sono le parole chiave che racchiudono i percorsi antropologici e clinici di questo periodo storico. Espressione di tale Zeitgeist è la ‘preghiera gestaltica’ di Fritz Perls, diventata quasi una bandiera della prima Gestalt: «Io faccio la mia cosa, e tu fai la tua. / Non sono in questo mondo per esaudire le tue aspettative. / Come tu non sei in questo mondo per esaudire le mie. / Tu sei tu, e io sono io, / se per caso ci incontriamo, sarà bellissimo, / altrimenti, non ci sarà nulla da fare».


Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pagg. 36-37



giovedì 25 maggio 2017

La famiglia ‘liquida’…

 Nel contesto attuale, un terapeuta della famiglia si trova a lavorare con famiglie contraddistinte da un sistema interpersonale in continua trasformazione, segnato dai nuovi eventi critici, su scenari che comportano riflessi operativi sul suo ruolo. Dagli anni sessanta in poi si diffondono, come abbiamo visto, modalità e tipologie nuove di ‘essere famiglia’: minor numero di matrimoni e aumento di coppie non sposate (con figli); minor numero di figli ed aumento dell’età media delle primipare; maggiore espressione del codice affettivo (intimità), a discapito di quello etico-normativo; maggior numero di famiglie separate (evento critico: il divorzio); trasformazioni di famiglie da allargate a nucleari e da patriarcali a coniugali; spostamenti geografici; sviluppo delle biotecnologie. Si delinea in particolare la presenza di nuove tipologie familiari differenziate per: struttura (monogenitoriali, nucleari, plurinucleari, ricomposte); orientamento sessuale (omo-unioni, famiglie con coppia eterosessuale con o senza figli, con figli adottivi e/o biologici); appartenenza etnica (famiglie mono e plurietniche). Diventa coerente parlare non di famiglia, ma di ‘famiglie’, viste le tante forme che il termine famiglia assume. La formulazione di Bauman racchiude in un’espressione fortemente pregnante questi cambiamenti della famiglia: la famiglia ‘liquida’. È la famiglia che sfugge a continue definizioni della propria forma. Da un punto di vista metodologico, l’orizzonte osservativo si amplia, dunque, includendo sistemi di relazione più vasti e complessi: ad esempio, il modello diadico, frequentemente utilizzato per studiare le relazioni familiari, lascia adesso prevalentemente il posto ad un modello di co-regolazione (triadico), evitando peraltro il rischio di una ‘parcellizzazione del sistema’ con una perdita del senso della sua complessità, che ridurrebbe le diadi ad una semplice somma.

Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pagg. 31-33





lunedì 22 maggio 2017

“Una dipendenza inter-personale fisiologica e di base” (Goodman)…

 Il confine di contatto tutto speciale che si crea tra il bambino e i genitori si pone l’obiettivo fondamentale di co-costruire l’emergere della traità intrapersonale (Salonia, 2013a). A questo proposito, scrive Goodman: “Una particolare relazione, quella con il genitore, resta sempre, in qualche modo intra-personale, una dipendenza inter-personale fisiologica e di base” (Goodman, 1995, 134). La traità intrapersonale si configura, infatti, come un sotterraneo, sottile dialogo interno, un parlare a se stesso, una particolare consapevolezza che porterà alla capacità di dare del tu a se stesso. Solo se i genitori sono capaci di prendersi cura (perché a loro volta hanno sviluppato la propria traità intrapersonale) possono facilitare nel bambino – un Tu ancora incapace – l’emergere della traità intrapersonale che coincide con la maturazione del Sé. Perché ciò accada e possa produrre crescita, è importante che ogni esperienza sia dicibile: è necessario, quindi, ce i genitori educhino il bambino a fare dialogare le differenze e le contraddizioni dentro di sé e nella relazione con l’altro.

Valeria Conte, Coparenting e Gestalt Therapy tra pienezza e fallimenti della traità primaria, in Aluette Merenda (ed.), Genitori con. Modelli di coparenting attuali e corpi familiari in Gestalt Therapy , Assisi 2017, Cittadella Editrice, pag. 143



giovedì 18 maggio 2017

L’energeia del linguaggio è il volto dell’altro...

Ora, il magistero linguistico materno assomiglia molto, nelle sue nervature centrali, a quel che da sempre fanno (o cercano di fare) i poeti lirici della grande tradizione occidentale. Come per la madre, così per il lirico, la materia sonora, la hyle è il linguaggio nella sua pura datità, repertorio di parole e di espressioni consuete, o anche ricco vocabolario, ma vasto ed inerte. E’ questa sostanza che nella diade viene come riscaldata e rifusa nell’altoforno della relazione, rifatta secondo il telos animante dell’incontro, quell’intentio primaria del raggiungimento dell’altro che rappresenta anche la finalità strutturante del testo poetico, quale comunicazione-di-sé-ad-altri. Non c’è incontro però senza desiderio. La dynamis che vivifica il linguaggio, che fa della parola materna come di quella poetica un fenomeno inedito è la potenza erotica, il pulsare di un’apertura profonda, la cui forma, la cui energeia è il volto dell’altro: la madre sceglie le parole, le modula, le ritma in un inesausto dialogo col volto del figlio, in un reciproco rispecchiamento che guida e norma il flusso sonoro; il poeta dà la forma della sua voce e del suo corpo alle parole grazie al dialogo incessante con la propria storia, i propri vissuti e i propri poeti (ed è nella conversazione con i suoi ‘fratelli’ e i suoi ‘avi’ che acquisisce le competenze tecniche, linguistiche e musicali specifiche del’arte, ovvero il proprium del testo poetico).

Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pag. 26-27



lunedì 15 maggio 2017

Evitare il rischio della natura politica, sociale e culturale delle categorie diagnostiche…

Partendo dalle nostre riflessioni sulla diagnosi e sul contesto possiamo, come gestaltisti, aprirci alle questioni poste dall’etnopsichiatria, possiamo capirle. Perché utilizzano linguaggi che non ci sono poi così estranei e che hanno presupposti non lontani dai nostri. Si fondano, infatti, sulla piena legittimità e parità dell’altro, dell’interlocutore, del paziente; sul riconoscerlo nelle sue competenze e nel suo essere all’interno di dinamiche relazionali e sociali; sull’essere consapevoli di quanto il nostro ruolo contribuisca a determinare il campo terapeutico. […] La questione della diagnosi interseca in pieno tutti i rapporti fra psichiatria, etnopsichiatria, psicoterapia, società. Anche se affrontiamo l’approccio diagnostico con una visione critica, peraltro prevista e inglobata nel sistema sociale, l’autoreferenzialità culturale ci fa, infatti, correre dei rischi. Sappiamo, teoricamente e genericamente, che la psicopatologia è esposta alla visione politica; ma non sempre è facile tenerne conto come sfondo di ogni esperienza terapeutica. Interrogarci su come vedere e curare chi è ‘più diverso’ da noi, ci può aiutare ad ampliare la nostra consapevolezza in questo ambito. Inoltre, etnopsichiatria e antropologia culturale ci dicono che molteplici forme di classificazione si intersecano in altri sistemi di cura. Da questa molteplicità emerge in modo evidente quanto le diagnosi siano ‘invenzioni’ culturali, frutto di negoziazioni fra malato, guaritore e gruppo sociale, più o meno consolidate e codificate o rinnovantesi ad ogni consultazione. Corriamo sempre il rischio di non riuscire a riconoscere la natura politica, sociale e culturale delle nostre categorie diagnostiche, di non vedere quanto queste, a loro volta, favoriscano e definiscano dei modelli di malattia, oltre a costruire l’espressione e la lettura sociale di emozioni, conflitti e malesseri. Se lo psichiatra/psicoterapeuta accetta acriticamente i valori dominanti, se, più o meno inconsapevolmente, vi si identifica, perde una parte delle sue possibilità terapeutiche.


Michela Gecele, Intersezioni. La Terapia della Gestalt incontra l’etnopsichiatria, in GTK 5, Rivista di Psicoterapia, Dicembre 2014, pagg. 41-42