Gestalt Therapy hcc Kairos

venerdì 9 dicembre 2016

Essere genitore è prima corpo, solo dopo pensiero, parola e comportamento…

Secondo la visione della Gestalt Therapy (GT), vivere pienamente il proprio essere genitore significa coniugare e integrare quello che ‘io sento’ – affetto, vicinanza, insicurezza/sicurezza, inadeguatezza/adeguatezza (funzione-Es del Sé, che focalizza le sensazioni corporee che provengono dal ‘dentro la pelle’) – con l’interrogativo «Chi sono io che sento questo?» – padre/madre, uomo/donna, marito/moglie (funzione-Personalità del Sé, ovvero l’assunzione di ciò che l’individuo è, la struttura responsabile del Sé). È utile coniugare spontaneità e sapere, lasciarsi guidare dall’esperienza nella sua interezza, sentire e – nello stesso tempo – comprendere di essere padre o madre di questo/a figlio/a. Essere genitore, infatti, è qualcosa di unico che appartiene innanzitutto al proprio corpo e solo successivamente diventa pensiero (giusto), parola (azzeccata), comportamento (adeguato). La crescita ha bisogno di due prospettive e di uno stile educativo che non sia né scisso né inconciliabile. Se c’è rispetto e gratitudine per il pensiero dell’altro genitore, qualunque soluzione risulterà altamente educativa. Perché ciò sia possibile si deve poter avere fiducia nella funzione genitoriale propria ed altrui e pensare che, ascoltando i figli e vedendo i loro bisogni, è possibile comunque garantire loro una crescita adeguata e funzionale.


Valeria Conte, Il cuore della cogenitorialità nella Gestalt Therapy. Intervista a Valeria Conte e Giovanni Salonia, a cura di Aluette Merenda, in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pagg. 47-48



giovedì 8 dicembre 2016

Sentire con chiarezza cosa si prova per poter “stare con l’altro”…

Nel frattempo [S.] racconta una serie di episodi della sua vita universitaria in cui gli altri, di cui mi parla, non hanno ‘colore’. Il legame con loro è dato da una serie di azioni («sono andata, siamo tornati, poi ci siamo spostati») non collegate né da una trama affettiva né da intenzioni precise. A un certo punto sbotta: «Il punto è che alla fine non sono andata al mare con loro… non mi andava, non lo so… e mentre mi dicevano – sei sicura? – vedevo che andavano di fretta, non gliene fregava mica se andavo. Allora ho tenuto il punto. Poi quando stavo a casa, da sola… mi è salito… un malumore… una cosa sorda… mi sono rigirata nella stanza per un secolo… ho pianto… non lo so… loro erano ad anni luce… io ero paralizzata... un pomeriggio terribile». Se non sento con chiarezza cosa provo e cosa voglio nella relazione posso essere ‘attaccato’ all’altro, ma non posso stare con l’altro. Se lascio che la definizione di me mi differenzi dall’esperienza e dai bisogni dell’altro, si apre il baratro, un senso di allarmante disconnessione.

Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 90-91



mercoledì 7 dicembre 2016

L’addiction come angoscia di abbandono in una relazione asimmetrica…

A  questo punto diventa chiaro come l’addiction non si configura come patologia di una relazione simmetrica (come se esistesse tra il soggetto e la sostanza un rapporto di coppia), ma come disturbo di una relazione asimmetrica, nella quale il paziente non ha appreso a “dare del tu a se stesso”. Per questo, come si sa, le crisi di astinenza e il craving tipici dell’addiction non vanno letti come angoscia di separazione, quanto piuttosto come angoscia di abbandono. E’ la “sostanza” – da cui si dipende – che si prende cura del paziente, lo sostiene, lo placa, gli dà euforia ma, in quanto un Esso, è rigido, immutabile, schiavizzante. La prospettiva terapeutica prevede diversificazioni di interventi a seconda che il dolore riguardi la separazione (relazione simmetrica) o l’abbandono (relazione asimmetrica): il dolore di separazione con il tempo viene assimilato e diventa maturazione del soggetto, l’angoscia di abbandono con il tempo anziché essere assimilata si acuirà e cronicizzerà. Nell’addiction la terapia, quindi, dovrà puntare a far sì che il paziente trovi le parti di sé che cerca in modo inconsapevole e disperato nella sostanza: obiettivo non sarà tanto farlo separare dalla sostanza, quanto piuttosto aiutarlo a trovare la propria integrità e pienezza nella solitudine (quel “dare del tu a se stesso”) che si apre alla vera relazione. Il vuoto che tortura il paziente non è connesso con la presenza/mancanza della sostanza, quanto piuttosto con la mancanza di sé a se stesso. L’addiction, dunque, come ostinato, rigido schema di relazione asimmetrica disfunzionale, in quanto non conduce all’Aida-intrapersonale.

Giovanni Salonia, Presentazione, in La relazione assoluta. Psicoterapia della Gestalt e dipendenze patologiche, a cura di Giancarlo Pintus e Maria Vittoria Crolle Santi, ed. Aracne, pagg. 22-23





martedì 6 dicembre 2016

Nulla sembrava bastarle…

Inoltre, vi sono situazioni in cui ciò che si offre ai bambini deprivati non viene gustato e rischia di essere disperso. Caterina, la bambina della quale abbiamo già parlato prima, nel momento in cui venne adottata vide aumentare la propria ansia. Era così grande il bisogno di contatto con una fonte amorevole come anche la paura di perdere ciò che le si proponeva, che nulla sembrava bastarle e si attaccava a qualunque donna le si avvicinasse con simpatia (la nonna, l’amica della mamma, la maestra). Sembrava proprio che non riuscisse a fermarsi e a centrarsi in una relazione, con una fame insaziabile di attenzione. I suoi genitori adottivi impiegarono molto tempo e le offrirono molte cure affinché la bambina potesse mettere radici nel rapporto con loro e potesse concedersi di allentare la propria ansia. Se un bambino di due anni viene bruscamente separato dalla madre e tale separazione si protrae nel tempo, ripetendosi bruscamente e frequentemente, la paura di essere abbandonati si instilla nel bambino, portandolo infine all’indifferenza come strumento di protezione. Il bambino abbandonato infatti adotta uno schema di risposta che va dalla protesta – piange, allunga le braccia, chiama la mamma – alla disperazione – urla, si dimena, non vuole essere toccato –, fino al distacco emotivo: si rassegna all’abbandono e al contempo si chiude a riccio per autoproteggersi.


Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pagg. 44-45



lunedì 5 dicembre 2016

“L’uomo incompiuto”…


Viaggiando all’interno dell’uomo di oggi si riscopre, con grande stupore, che i cambiamenti vissuti dalla persona non sono poi meno sconvolgenti, né meno interessanti, di quelli che nel contempo avvengono all’esterno di essa. Ci si accorge, a questo proposito, che i cambiamenti più cruenti e dolorosi vengono messi in moto non solo da fattori sociali, ma principalmente, e forse soprattutto, dal fluire della vita, cioè dalle stesse ed inevitabili trasformazioni legate alle varie stagioni della vita. Alla luce di ciò, la formazione permanente (educazione degli adulti) si ripropone, ancora oggi, in tutta la sua attualità come strategia educativa in grado di fronteggiare i rapidi mutamenti sociali e di contenere i contraccolpi psicologici da essi prodotti in ciascuna persona. Già agli inizi degli anni ’70 il “Rapporto Faure”, redatto per conto dell’UNESCO, pone in rilievo il concetto di “uomo incompiuto” per indicare l’inderogabile necessità, propria di ciascun essere umano, di apprendere continuamente l’arte di sopravvivere e di modificarsi. Sicchè l’uomo si rivela costantemente educabile proprio in quanto “non finisce mai di entrare nella vita, non finisce mai di nascere alla condizione umana”. La formazione, l’esperienza educativa, allora, non appartiene ad una sola e ristretta stagione della vita, o a delimitate fasce della popolazione, ma coinvolge la totalità degli individui e si estende in durata all’intera esistenza dell’uomo. In conseguenza di ciò, a giudizio di Faure, il problema decisivo del nostro tempo è l’educazione permanente, la possibilità riservata ad ogni individuo di “apprendere ad essere” e di apprendere lungo tutto il corso della sua vita.

Giovanni Salonia-Pietro Cavaleri, Cammino dell’uomo e stagioni della vita, in In charitate pax. Studi in onore del Cardinale Salvatore De Giorgi, a cura di Francesco Armetta e Massimo Naro, Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”, Palermo 1999, pagg. 537-538