Gestalt Therapy hcc Kairos

lunedì 23 gennaio 2017

Il sintomo è… una questione ermeneutica!

 Il contatto obbedisce ad un ritmo vitale fatto di esperienze modificanti e di successivi apprendimenti. Si forma in questo modo nell’organismo umano una personalissima ‘tradizione’ che ognuno di noi utilizza per gli ulteriori passi nel proprio mondo. Le abitudini depositate nella tradizione da un contatto riuscito sono caratterizzate dal fatto che, pur agendo in maniera ‘riflessa’, possono sempre essere portate alla consapevolezza e ristrutturate ‘in situazione’. Se il contatto non è stato però sano ed adeguato, le abitudini che si formano non sono frutto di una assimilazione funzionale e agiscono disturbando le successive esperienze di contatto. Mentre il passato assimilato opera quindi in maniera funzionale, il passato non assimilato si pone come problema nella metafora del sintomo. Il sintomo è un testo che proviene al paziente dalla tradizione personale divenuta ad un tratto problematica: è una questione ermeneutica. Il paziente la porta in terapia perché il terapeuta lo accompagni nella ricerca del senso. A rigore l’interprete primario è il paziente, il terapeuta che gli sta accanto non ha alcuna meta ermeneutica da offrirgli. Ma non per questo rimane passivo. Egli sa, infatti, che il sintomo è un testo, frutto del potere creativo del paziente, e come ogni testo è – in senso ermeneutico – un appello che vuole essere ascoltato.


Antonio Sichera, Ermeneutica e Gestalt Therapy. Breve introduzione ai fondamenti di una diagnosi gestaltica in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 12



venerdì 20 gennaio 2017

La risensibilizzazione corporea nel PBL…

 Non sapendo come modulare il contatto al confine interpersonale (lasciare il controllo all’altro o diventare distruttivo per non sentirsi invaso), ora la soluzione migliore è entrare in contatto ‘dimezzando’ il corpo e ritraendosi da esperienze in cui è necessaria la capacità di modulare e negoziare i confini. Il lavoro sulla discriminazione e definizione delle sensazioni corporee consente di ripristinare le funzioni di confine del Sé, quindi di distinguere quale vissuto appartiene ‘a me’ e quale ‘all’altro’ e il giusto nome da attribuirgli. Tale lavoro permette inoltre al paziente di contenere e assimilare il proprio sentire, sperimentandolo come un’onda con un innalzamento iniziale, una cresta di intensità, una diminuzione e una fine. Nell’esperienza borderline infatti le sensazioni e le emozioni sono spesso sovrastanti (per intensità e continuità), in quanto percepite come uno stato piuttosto che come un movimento. Quest’ultima osservazione conduce all’importanza di «non incoraggiare l’espressione di un vissuto senza averne prima compreso
il nome e l’appartenenza». Il rischio è di esporre la persona a un’amplificazione emotiva, invece di aiutarla a modularla. Il PBL va ‘placato’, poiché la sua difficoltà non è ‘sentire’ ma ‘non sapere cosa sente’. La risensibilizzazione corporea è un’esperienza di riappropriazione e di crescita ma anche di apertura a vissuti nuovi, spesso dolorosi e trattenuti, e il paziente deve poterli masticare lentamente.

Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 126



giovedì 19 gennaio 2017

Non ‘sapersi comportare’, ma far fluire…

 È possibile così per l’adulto aiutare il bambino a trasformare quella rigidità attraverso infiniti pezzettini di esperienze positive, attraverso il gioco metaforico che offre il permesso a ciascun bambino di essere tutte le cose, di esplorare con discrezione le inclinazioni nascoste dentro di lui e sentir rinascere la possibilità del lieto fine, come nella fiaba: quella opportunità in più, riservata solo a lui, di farcela, di potersi pensare bene. Ogni volta che un bambino racconta un pezzetto di sé prendendo a prestito l’incipit immortale ‘C’era una volta’, ogni volta che si lascia andare con assoluta concentrazione nel gioco di ruolo, impara delle cose su sé stesso e sul mondo, permette al proprio desiderio di fluire come l’acqua attraverso un processo continuo di trasformazione. Diversamente, quando non vengono visti o ascoltati i bambini bloccano il processo di contatto con il mondo, smettono di esplorare e perdono la capacità di creare e di esprimersi. E così interrompono il desiderio, adottando piuttosto un comportamento stereotipato, così ben rinforzato dalle richieste sociali del ‘sapersi comportare’. Le fiabe non parlano più la voce del bambino, il gioco diventa ripetitivo e la narrazione di sé si comprime per garantire la sopravvivenza necessaria, la tutela della ferita.


Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pag. 82


mercoledì 18 gennaio 2017

…ed è continuo schianto (da Ungaretti, Il dolore)

 «Come si può ch’io regga a tanta notte?»; «E t’amo, t’amo». Nessuno può chiedere ad un uomo di reggere ad un dolore più forte di lui, ma nessuno può impedirgli di amare nell’assenza e nella morte, e di sentirsi spiantato, sradicato dalla vita così come spiantato è stato Antonietto, come spiantato è ogni amato sottratto all’abbraccio dell’amante. È l’amore forte come la morte, che non può finire, che attraversa ogni momento. Nello schianto – che rimanda allo «schiantare» dantesco, e cioè al «Perché mi spiante?» gridato da Pier delle Vigne il cui corpo tramutato in pianta sanguina nel XIII dell’Inferno – c’è dunque il senso della lacerazione del corpo, dell’essere divelti, del dolore fortissimo e improvviso che schianta, che fa scoppiare il cuore. Così accade nell’esperienza estrema dell’algos, nella fenomenologia corporea ed esistenziale del soffrire ultimo che la poesia ci restituisce con una precisione chirurgica, con un calore bianco, con un battito infallibile. La finezza di questa analisi dell’anima è intimamente gestaltica. Quel che Il dolore ci ha detto, infatti, fra le tante cose che avrebbe potuto dirci, nasce nel fondo implicito dell’inchiesta, dalle domande proprie di una sensibilità continua al soffrire dell’altro, da uno sguardo attento alla superficie e all’ovvietà, da uno scandaglio rispettoso ma non ipocrita o mistificante di quanto ci accompagna e ci attraversa nei momenti più duri e dolorosi, così come nei disagi costanti della vita. Eppure la nostra quête non può finire qui. In ascolto del Dolore, ci è dato di scoprire infatti come il poeta che dice il proprio soffrire, che mette parole al soffrire di tutti, può farsi terapeuta di questo abbattimento mortale, indicandoci qualche via di guarigione e di speranza.

Antonio Sichera,Ungaretti, IL DOLORE , in GTK 6, Rivista di Psicoterapia, Maggio 2016, pag. 69








martedì 17 gennaio 2017

Il bisogno di essere invidiati…


Come vedremo, è proprio questo bisogno che ci rivela l’incompiutezza dell’esperienza che si sta vi­vendo. Se canto per essere invidiato, questa preoccu­pazione riduce la purezza e la pienezza del mio essere in contatto con la mia musica interiore e con le sfu­mature, le tonalità, la pienezza del canto e del cantare. Esiste anche il sentirsi invidiati che ha come effetto uno svegliarsi dalla confluenza. Ho un oggetto o un legame che do per scontato e che non vedo nella sua peculiare preziosità: appena qualcuno me lo invidia, ecco che mi accorgo che non ne avevo visto e non ne stavo vedendo il reale valore. L’essere invidiati in parte può costituire anche una sana conferma del nostro valore. Se non maturiamo una sana autostima, ossia un intimo senso di integrità, allora il bisogno di colpire gli altri per essere invidiati diventerà una coazione. Sentirsi invidiati può anche suscitare sentimenti di disagio o di dispiacere. L’essere invidiati può pro­curare fastidio o addirittura paura quando ci si sente scrutati in ogni movimento da uno sguardo malevolo che ti vuole male o vuole per te il male. Il luogo in cui l’essere invidiato diventa complica­to e negativo è la relazione terapeutica. Se il paziente invidia il terapeuta, la relazione diventa a tratti in­sostenibile e rischia di bloccarsi, in quanto anche la comprensione del terapeuta viene vista come qualità da invidiare ulteriormente. Spesso, in questi casi, sarà necessario ricorrere a un’altra terapia per assimilare e comprendere la precedente bloccata dalla RTN (rispo­sta transferale negativa).

Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice - Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pag. 54